Di questa serie su Netflix si è detto e scritto in ogni dove che è un capolavoro tecnico per come è girata – 4 episodi chiusi come film unici girati ciascuno con un unico piano sequenza – per come è recitata – un ragazzino strepitoso al suo esordio e un cast spettacolare – e che è straordinaria per come conduca dentro la storia, schiaffando in faccia con crudezza iperrealista a tutti ma soprattutto ai genitori quanto si pensi di conoscere gli adolescenti, i propri giovanissimi figli e figlie, e quanto invece, all’opposto, non li si conosca affatto, non li si “legga”, non si decodifichi il loro linguaggio, non si avverta come dietro le porte delle loro camere si spalanchi un universo altro, e come si arrivi addirittura a negare l’evidenza, a non credere a ciò che si ha davanti agli occhi.
Tutto vero.
Noi adulti e i nostri figli. E tra di noi un baratro.
Questa serie è faticosa da digerire, crea ansia, incredulità perché mette a nudo come quel baratro non sia evidente, non sia percepibile. Se lo fosse, come forse è stato per altre generazioni, sarebbe più semplice, l’impatto sarebbe minore.
Noi genitori convinti di essere aperti, comprensivi, amichevoli, non ci accorgiamo che il disagio, la bullizzazione, il senso di colpa, la menzogna, la paura, si esprimono anch’essi in altri modi, per altre vie, con altri riferimenti, con altri volti. Che non riconosciamo, che neppure sospettiamo che esistano.
Non ci sono risposte in questa serie, non c’è nessun tentativo di fornire chiavi interpretative. Ci sono molte implicite domande, importanti, su cui riflettere a lungo, riguardo a quanto sappiamo davvero del rapporto dei figli con la realtà, riguardo alla tendenza all’iperprottetivismo genitoriale, riguardo al modo con cui non solo figli e figlie utilizzano il web, ma anche noi adulti, riguardo alla nostra disponibilità a riconoscere i nostri limiti, riguardo alla tuttora imperante cultura dello stupro, del maschio performante, dell’oggettificazione del femminile, delle nuove terminologie per esprimere vecchi e nuovi concetti, del cyberbullismo etc
In questi mesi noi di Smallfamilies aps stiamo lavorando al progetto Piccola antologia di oggetti familiari, un’esperienza didattico-inclusiva, in collaborazione con il Liceo Artistico Statale Caravaggio di Milano. Alcune classi dell’Indirizzo Audiovisivo e Multimediale sono state invitate ad elaborare una rappresentazione visiva e scritta del proprio mondo familiare.
A fine anno scolastico sarà realizzata una mostra per la quale prevedevamo un catalogo, ma i racconti che ho raccolto, grazie al prezioso aiuto dell’insegnante Valentina Merazzi, sono così stimolanti e così significativi che ci è sembrato naturale convogliarli in una pubblicazione, che costituirà il quinto volume della collana smALLbooks, edito dalla casa editrice Cinquesensi, e che si intitolerà “FAMIGLIA a modo nostro”.
Ai ragazzi e alle ragazze è stata data “carta bianca” sia riguardo all’approccio del tema sia riguardo alla firma. Hanno potuto scegliere se utilizzare il proprio nome, rimanere anonimi o utilizzare uno pseudonimo. In quindici hanno scelto l’anonimato. E questo mi ha stupita inizialmente, ma, guardando Adolescence, ho pensato che questa scelta possa andare in parallelo con quel silenzio dell’adolescenza che a volte sostituisce una possibile risposta verbale, a rimarcare non tanto un disinteresse quanto un moto di solo apparente non-partecipazione, un confine, un noi qui e voi là, un bisogno di fare “a modo nostro” fino in fondo, senza offrire neppure un aggancio di possibile connessione.
Una sfida durissima a decostruirsi per rendersi davvero aperti ad accogliere il nuovo che avanza.
Il libro “FAMIGLIA a modo nostro” sarà presentato nel corso della mostra prevista per la fine dell’anno scolastico al Liceo artistico Caravaggio.
Per saperne di più, continuate a seguirci!
L'immagine di apertura fa parte dell'archivio di Smallfamilies aps